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Lo Sciamano scomparso (2009)



Lo Sciamano scomparso (2009) "Lo sciamano scomparso" racconti di Mauro Neri, ed. EGON, Rovereto (2009) - Euro 15.00


Una concezione romantica dell’archeologia, dura a scom parire anche
perché costantemente alimentata da un certo tipo di letteratura e di cinematografia,
la dipinge come una continua affascinante avventura nella
quale l’archeologo è l’intrepido eroe che si lancia a capofitto alla ricerca
di tesori nascosti e di città scomparse, in imprese sempre nuove e sempre
più spericolate.
Questo equivoco è forse nato perché gli organi di informazione di
norma ci fanno conoscere solo il momento più esaltante della sua attività,
quello che ci conduce nel cuore del mistero e dell’ignoto: lo scavo e la
eventuale conseguente scoperta di un reperto. Magari prezioso, oppure
misterioso.
Niente di tutto questo: l’archeologia – che pure è avventura di conoscenza
– non è un’impresa alla Indiana Jones o un hobby a cui tutti
possono dedicarsi con profitto. Al contrario, è una disciplina (della quale
le moderne società civili si servono per ricercare, studiare e conservare
le proprie memorie storiche) che, spesso meno entusiasticamente e più
prosaicamente di quanto generalmente si creda, richiede a chi la pratica
una seria preparazione, un costante impegno, una infinita pazienza e la
capacità di sapersi accontentare dei dati via via raccolti con un lavoro
lungo, duro e spesso scomodo.
Lo scavo d’altronde costituisce un momento particolarmente signi-
ficativo, è vero, ma solo un momento della ricerca archeologica, cui seguono,
legati indissolubilmente, altre fasi del lavoro archeologico – il
restauro, l’inventa ria zione, la schedatura, lo studio, la pubblicazione
dei risultati ottenuti – le quali, tutte assieme, conducono alla medesima
meta: l’acquisizione di nuove conoscenze. Uno scavo fine a se stesso, che
si conclude in sé, non ha nessun significato, anzi: è solo un attentato
all’integrità del patrimonio storico di un territorio.
In questo quadro – logicamente – le “cose” ritrovate, i reperti, non
diventano l’oggetto della ricerca, il suo fine, bensì sono solo un tramite.
Essi cioè valgono non per la loro integrità, per le dimensioni, per l’intrinseca
bellezza, ma per il ruolo di documenti, di testimonianze storiche
di una realtà trascorsa. Testimonianze che i musei dovranno poi saper
organizzare in un unico discorso, chiaro e organico, a illustrazione delle
società e delle culture antiche che li hanno prodotti e non utilizzare a
guisa di quadri o sculture esposti nelle gallerie d’arte.
L’archeologo da parte sua è un operatore culturale cui spetta il compito,
non facile, di condurre la ricerca, dallo scavo alla pubblicazione dei
risultati, alla loro presentazione all’opinione pubblica. In lui si devono
fondere capacità tecnico-manuali e scientifiche. Il terreno è per lui come
un libro da decifrare (mediante lo scavo) e interpretare (mediante l’attività
“a tavolino”), ma a differenza di un libro che si può rileggere più
volte, lo scavo non è ripetibile, esso permette una sola lettura e per una
volta soltanto. Lo scavo è una complessa operazione artigianale e allo
stesso tempo scientifica, non un semplice sterro alla ricerca di cose, possibilmente
belle e preziose. Ecco perché non può essere un profano, un
semplice appassionato ad eseguirlo.
Ulteriore compito dell’archeologo è quello di conservare e mostrare le
memorie storiche nei luoghi dove viveva la società che le ha prodotte. Là
dove possibile, quindi, opererà in modo che i siti più significativi sotto
il profilo della documentazione riportata alla luce possano essere accessibili
al pubblico, soprattutto a quello delle scuole. Niente recinzioni,
palizzate, preclusioni, bensì restauri, ap pro priate segnaletiche, semplici
apparati didattico-didascalici, magari ricostruzioni con metodi scienti-
fici onde permetterne la visita e la corretta interpretazione. Cosa che
si attua solo presentando un sito archeologico nel contesto più ampio
del territorio in cui l’area è inserita e della cui antica colonizzazione e
organizzazione essa viene a costituire un importante elemento documentativo.
“Fare rete” tra mondo antico e comunità trentina contemporanea
è quanto la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Provincia
autonoma di Trento ha cercato e sta cercando di realizzare, pur con le
inevitabili manchevolezze, ricercando e trovando la collaborazione di
istituzioni e di singoli.
È quanto è avvenuto con Mauro Neri, scrittore e giornalista, i cui
racconti di archeologia possono oggi rivedere la luce in questa terza edizione
– che esce a 21 anni di distanza dalla prima e a nove anni dalla
seconda – interamente rivisti e riscritti per quanto riguarda lo stile letterario
e arricchita da cinque nuovi racconti.
L’altissimo gradimento registrato da queste brevi ma intense narrazioni,
che ha portato al rapido esaurimento delle copie a suo tempo stampate e
che ha aiutato un’intera generazione a conoscere meglio la storia più antica
della nostra terra, ci ha indotto a utilizzarli nuovamente per avvicinare
il mondo della scuola a questa materia, attraverso la presentazione
romanzata (e per questo avvincente) di alcune delle aree archeologiche
del Trentino.
Gianni Ciurletti
Archeologo
 
 

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