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“Le fabbriche di Trento – Sei storie”; fotografie di Gianni Zotta; prefazione di don Vittorio Cristelli, ricerche storiche di Diego Andreatta e Augusto Goio, postfazione di don Ivan Maffeis; Vita Trentina editrice, 2006, € 25,00 (pubblicato in occasione degli 80 anni dalla fondazione del setimanale diocesano Vita Trentina) |
Qualcuno, aduso agli stereotipi, può considerare quanto meno strano che un settimanale diocesano per celebrare l’ottantesimo anniversario della propria nascita esca con una pubblicazione sulle fabbriche dismesse di Trento. Neanche fosse un sindacato!
Potrebbe sembrare più consentanea una pubblicazione sulle chiese vuote o chiuse oppure sugli oratori convertiti in magazzini. E invece ecco quelle che erano le cattedrali del lavoro: Italcementi, Michelin, ex Sloi, Laverda, Ferriera e Carbochimica. Cattedrali rase al suolo o in procinto di esserlo. E gli ampi spazi che si liberano, pronti per insediamenti commerciali o per servizi del cosiddetto terziario, oppure pregni di veleni e in attesa di difficile bonifica per poi diventare appetibili alla speculazione edilizia.
Ciò che le accomunava era l’essere fucine con tanti posti di lavoro e uno potrebbe anche sommarli per scriverci: “perduti”. Oggi ciò che le accomuna è l’essere entrate nel mondo dei ricordi o in quello delle favole che cominciano con il classico “C’era una volta”.
Con la differenza dalla narrazione a scopo documentario o dalla vaporosa atmosfera della favola, che si tratta di saga di tante famiglie, di drammi umani e di testimonianze di una evoluzione-involuzione che ha lasciato per strada anche delle vittime.
Che cosa c’entra tutto questo con la linea programmatica di un periodico ecclesiale? Sceglierlo a testimonial non sarà un cedimento alle sirene dell’orizzontalismo e del sociale che più volte nella sua storia Vita Trentina si è vista rimproverare? Io invece ci vedo il segno di una fedeltà. Non dimentichiamo che il settimanale si chiama “Vita Trentina”, che già dai primi passi nel lontano 1926 si qualificò come espressione della vita della sua gente, stimolatore di resistenze, rinascite e partecipazioni che quella vita osservavano, quella vita rivendicavano e quella vita condividevano.
Così fu nel ventennio fascista quando il settimanale inventò un metodo tutto suo di opporsi al regime. Così fu durante la tragedia della seconda guerra mondiale, quando divenne la bacheca delle lettere dal fronte dei soldati trentini. Così fu nel fervore degasperiano della ricostruzione e poi nell’avventura dell’autonomia. In prima linea nel far conoscere e attuare il Concilio Vaticano II di una Chiesa “popolo di Dio” e “full immersion” anche nelle discusse e tormentate vicende del ’68. Senza dimenticare una costante: l’ascolto degli emigrati trentini, anche quando, grazie appunto all’industrializzazione, il fenomeno era superato e, in parallelo ecclesiale, il colloquio continuo con i missionari trentini.
Ma c’è una motivazione e spinta biblica a questa polarizzazione sulla vita dell’uomo. E’ indiscutibile che la storia della salvezza ha come stella polare, “punto omega” direbbe Theilhard de Chardin, la gloria di Dio. Orbene, proprio nella Bibbia si trova la precisazione, che a qualche spiritualista può suonare sconcertante: “Gloria di Dio è l’uomo vivente”. Non dice i templi, le chiese o i campanili svettanti, bensì l’uomo. E l’uomo vivente, nel senso che glorifica Dio quanto concorre a conservare, alimentare e migliorare la vita.
E quindi il lavoro come fonte di sostentamento per sé e per la famiglia; il lavoro come autorealizzazione professionale. Non però il lavoro come sfruttamento o, peggio, come fomite di malattie, di avvelenamento e di morte bianca.
Ebbene, la storia delle cattedrali del lavoro trentine, ora dismesse, è storia del passaggio dall’era contadina all’era industriale. E’ storia di promesse e di speranze, di sviluppo e di serenità per tante famiglie. Purtroppo è anche storia di oscure malattie troppo a lungo trascurate e ignorate, di vite minate da piombo tetraetile e finite al cimitero o al manicomio. Ed è storia anche di delusioni per delocalizzazione e interuzione di progetti di vita per l’evento dell’economia globale, contrassegnata dal neoliberismo selvaggio.
I racconti che corredano questa pubblicazione, stilati dalla fantasia di Mauro Neri ma sulla base di concrete, personali esperienze hanno la funzione di ricreare l’ambiente, di far rivivere situazioni esistenziali e risentire il rombo della guerra che pure ha accompagnato questa saga industriale.
Mi piace concludere con l’”incipit” della costituzione pastorale “La Chiesa e il mondo contemporaneo” del Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”. E quindi anche di un settimanale diocesano. (Vittorio Cristelli)